VIAGGI


Zaino, treni e ostello negli anni ‘80
La voglia di conoscere luoghi e persone esplose con veemenza come giusta ricompensa estiva delle fatiche universitarie invernali. Avevo saputo di questo mitico biglietto che permetteva di viaggiare in tutta Europa per un mese senza limiti di kilometraggio e solo sul treno che portava a Parigi appresi degli Ostelli. Con quella prima tessera fatta a Parigi e pagata in dollari girai per cinque anni in lungo e in largo: Amsterdam e Londra, Istanbul e Berlino, Scozia e Irlanda, Atlantico e Baltico, fiordi norvegesi e Danubio ungherese. Partivo da solo a fine Luglio e già dopo alcune ore avevo trovato la giusta compagnia per il viaggio; ripensando ancora oggi a quelle magnifiche esperienze ne sono tuttora emozionato: ho conosciuto amici fraterni come Cinzia e Gianfranco, sono stato fermato a Berlino Est per il possesso di una carta della metro (puntualmente sequestrata) edita da un “sindacato occidentale”, ho dormito sui tetti di Istanbul con Peter Engblom, ho partecipato con Gigi alla “Fiesta della Paloma” bevendo sangria con i contradaioli di Madrid, ho dormito nel sacco sulla panchina della stazione di Inverness fianco a fianco invitato da una ragazza sconosciuta per non morire dal freddo, sono rimasto chiuso fuori dall’ostello di Amsterdam con le mie amiche Julie e Julie, majorette californiane. Ho saputo che il biglietti Inter-Rail ha vissuto diverse vicissitudini; prima soppresso, poi limitato a macroaree europee (Balcani, Mitteleuropa, Scandinavia, Mediterraneo, ecc.), adesso riproposto anche per l’intera Europa ed anche per i maggiori di 26 anni, anche se con prezzi abbastanza elevati. Il treno è il luogo ideale per leggere un libro, consumare un pasto o socializzare. E tutto questo mentre si ammira il variegato panorama che l'Europa offre. Non ho mai abbandonato l'idea di ritornare a salire e scendere da un treno in qualsiasi momento e luogo desideri, arrivare nel cuore delle città e attraversare paesi, valli, montagne e vedere come cambiano i panorami così differenti tra loro, e conoscere una quantità di viaggiatori e abitanti tanto eterogenea nell’aspetto quanto concorde nel sentirsi ugualmente protagonisti dell’inarrestabile processo di integrazione europea.

In auto nel vecchio continente negli anni ‘90
Compiuti i 26 anni e non potendo quindi più viaggiare con l’Inter-Rail ho dovuto ripiegare sull’automobile e quindi, su una compagnia per dividere le spese. Avevo sempre scelto di viaggiare da solo ed ero timoroso di perdere la mia libertà di fermarmi, proseguire o cambiare itinerario. Ho avuto la grande fortuna di avere come compagni dei viaggi Giampiero, Gigi e Maurizio con cui mi sono trovato benissimo, raddoppiando il sostegno e dimezzando gli svantaggi di viaggi così lunghi e difficoltosi, emozioni divise e condivise con gli amici di sempre:
- raggiungere il Marocco in treno dall’Algeria e poi esplorare valli, gole, oasi sulla R4 del noleggio, spendere molto in benzina e poco in pasti;
- fare il periplo del Mediterraneo orientale e visitare 3 continenti con una vecchia Giulietta turbo-diesel, nell’estate del 1990, durante la Guerra del Golfo che ci colse all’improvviso, viaggiando per Grecia, Turchia, Siria, Giordania e infine attraversare il Mar Rosso su una delle navi che riportavano in Egitto i profughi; ritorno via Creta e Pireo;
- sull’Audi del papà di Maurizio viaggiare per tutta l’Europa dell’Est ed essere tra i primi ad entrare in Unione Sovietica con la propria auto in libertà

I viaggi in Camper nel nuovo millennio
L’esperienza accumulata negli anni e in tanti viaggi, con ogni mezzo e in ogni luogo, mi porta ad affermare che probabilmente il miglior modo di viaggiare è quello in camper, per la possibilità di godere degli itinerari più disparati potendo raggiungere vette, spiagge, vallate. borghi e metropoli in assoluta autonomia di tempi e tragitti, con la comodità di fare colazione comodamente, consumare i propri cibi o quelli caratteristici del luogo, allungare le tappe per esigenze di percorso e comodamente prolungare i soggiorni, disporre di piccoli ausili che migliorano la vacanza: bici, TVsat, sdraio o barbecue; soprattutto quando non si è più soli e ragazzi ma insieme a moglie e figli. Tutto queste qualità sono ancor più valide e di maggiore importanza per viaggi in luoghi meno accessibili per mancanza di strutture (EstEuropa o Asia), prezzi elevati (NordEuropa), temperature (Scandinavia), affollamento (città d’arte e luoghi turistici). Si raggiungono le “mete” più ambite per ogni viaggiatore: San Pietroburgo, Capo Nord, Gibilterra; si vivono pienamente gli itinerari più classici: Bretagna e Normandia, i paesi baltici, i fiordi norvegesi; si attraversano ampi territori godendo delle bellezze del luogo: la valle del Reno, i Pirenei, le Highlands scozzesi; si visitano le isole in assoluta comodità: Corsica, Malta, Islanda. Infine le piccole cose che fanno grandi i viaggi: pasta al pomodoro con i capperi di Favignana e melanzane arrostite a Capo Nord, fare la spesa in bici a Sarajevo, il bicchierino di Marsala la sera guardando la partita in TV; invitati ad un battesimo in Romania con tanto di dolci e brindisi, dormire all’interno dell’autoparco della polizia a Trebisonda ed essere inviati a cena dal Questore, portare coperte ed aiuti umanitari all’ospedale italiano in Armenia e godere di un bel piatto di pastasciutta con i volontari e le suore, abbandonare in centro moglie e figli per recarsi alla Giunness, con tanto di doppia degustazione, ed uscirne “molto allegramente frastornato “, assistere con gli occhi lucidi alla messa e alla benedizione del pellegrino, la sera, a Roncisvalle.

Il cicloturismo degli ultimi anni
Negli ultimi anni l’interesse dei ragazzi per il viaggio estivo è sceso al minimo e per di più non vogliono allontanarsi per molto tempo dagli amici e dai luoghi di villeggiatura; abbiamo cercato pertanto di limitare il periodo del viaggio estivo e di aumentarne interesse e novità con la realizzazione di percorsi cicloturistici itineranti che prevedano anche soste in campeggio per dormire in tenda. La prima esperienza è nata grazie al coinvolgimento di Daniela e Salvatore, da sempre cultori del genere, che hanno condotto un folto gruppo di una quindicina di persone per gli oltre 200 km della ciclabile del Danubio, da Passau a Vienna. L’anno seguente con Maurizio e la sua famiglia abbiamo girato in lungo e in largo tutta la valle della Loira, visitando castelli e cittadine medievali, non disdegnando un tuffo in acqua tra una giostra di cavalieri e una mostra di rapaci. L’anno dopo, con Monica e Sara, abbiamo intrapreso il viaggio sul “Cammino di Santiago” alternando tratti in camper (con bici al seguito), lunghi tratti in bici e tenda ( Roja, Meseta, Castiglia ey Len) e alcune tappe a piedi (boschi della Galizia). Lo spirito delle vacanze in bici consiste nello stare bene insieme, vedere posti che conservano un incanto particolare, unico. Lo spirito non è quello della “prestazione” fine a se stessa, bensì quello di voler condividere una nuova e bella esperienza, mettendosi alla prova, e anzi rilassarsi. Il cicloturismo offre la possibilità di godersi appieno la strada, e di notare quei particolari che altrimenti non avremmo mai visto. Si entra in contatto diretto con il territorio e si riscopre il piacere di viaggiare lentamente. Insomma una vacanza divertente, dove impegno fisico e relax procedono di pari passo, senza andature imposte, né obblighi di orario o di percorsi.

Su fiumi e canali in Houseboat
Ultima delle nostre nuove esperienze di viaggio è stata la vacanza in Houseboat sul Canal Du Midi, nel sud della Francia, iscritto nella prestigiosa lista UNESCO del beni patrimonio dell’umanità, una settimana di navigazione con Maurizio, Valentina e i ragazzi, bici al seguito e tante chiuse per non dimenticare mai che solo con la “fatica” si raggiungono i traguardi più importanti. Una vacanza in houseboat è adatta a tutti; sedentari o sportivi, romantici o illuministi, amanti della natura o appassionati di monumenti e musei. Basta saper scegliere la barca e la crociera più adatta ad equipaggio e agli interessi del gruppo. L’houseboat è una “casa galleggiante” con cui si può navigare su fiumi e canali, si guida senza patente nautica e non occorre essere esperti di navigazione per condurla; è dotata di biancheria, stoviglie, 2 bagni con doccia separati, cucina, frigo, e tutto quanto necessita per una vacanza itinerante. Il passaggio delle chiuse, la sosta nei paesi più suggestivi, la possibilità di poter raggiungere anche mete vicine in bicicletta, rende la vita sui canali molto attiva, immersi come si è nella natura. Navigare a una decina di chilometri orari, dà la possibilità di osservare il panorama, di rilassarsi adeguatamente, di essere al sicuro dai pericoli e dagli ingorghi del traffico, mantenendo medie di percorrenza facilmente prevedibili. Noi abbiamo visitato Carcassone (la più bella città medievale al mondo), Beziers (uccideteli tutti, Dio riconoscerà i soui! – ricordate?). Capestang, Agde dove per la prima volta Albertino e Pepi hanno provato l’ebbrezza della velocità girando in circuito con veri potenti go-cart.

Tony e Maureen Wheeler
Nel novembre del 2006, in libreria a Roma, ho conosciuto Tony Wheleer, che, in giro per l’Italia, era impegnato nella presentazione del libro scritto con la moglie Maureen “un giorno viaggiando…”. Cortese, disponibile, per nulla divo ma dal grande carisma, ha risposto alle nostre domande sui suoi vagabondaggi e sulla storia della Lonely Planet cordialmente e con quell’humor inglese che lo contraddistingue. Davvero tanti gli spunti di interesse che la discussione con “il mito dei viaggi” ha contribuito a generare: prima fra tutti la riflessione che, nonostante internet, aerei e telefonia mobile, il mondo è ancora tutto da scoprire per i viaggiatori più attenti e consapevoli. Ovviamente ho comprato, portato a casa e letto tuttodunfiato il bellissimo libro che narra della lunga avventura di Tony, Maureen e il loro “Pianeta Solitario”, l’inesauribile lavoro e la loro effettiva giovinezza di spirito e di modi. I due ventenni si incontrano nel 1970 a Londra in Regent’s Park, subito si innamorano e decidono di partire per l’Australia lungo la “rotta hippy”. Arrivati a destinazione scrivono una piccola giuda del viaggio; ma siccome nessuno la vuole pubblicare, la stampano, la rilegano e la vendono da soli. Col denaro ricavato fanno un secondo viaggio, una seconda guida, e così via. Nel 1984 fatturano il primo milione di dollari ed oggi, proprietari di un impero editoriale, girano ancora il mondo insieme. Il libro è autobiografia, storia di un’impresa commerciale, racconto di tanti viaggi, intreccio di vicende personali e tra ricordi, aneddoti e retroscena divertenti emerge quello spirito di avventura e desiderio di conoscenza che li ha portati a diventare specialisti nel “portare gente strana in posti strani”. Leggere questa storia è sognare ad occhi aperti, è desiderare, è anche un po’ invidiare chi ha voluto ed è riuscito a trasformare la propria passione nel proprio lavoro.


SPORT


Hockey, la serie C in giro per l’Italia
Quella della polisportiva “5 Torri Hochey Trapani” è stata davvero un’epopea storica per lo sport cittadino. A cavallo degli anni 80 e 90, il pattinaggio trapanese, che negli anni precedenti aveva sfornato fior di campioni, vide rinascere l’entusiasmo per le rotelle con la creazione di una squadra di veri amici ormai troppo grandi per il pattinaggio su strada e ancora giovani per appassionarsi con entusiasmo ad una disciplina molto tecnica, dove velocità, equilibrio e contatto fisico, partecipavano a comporre il giusto mix per un divertimento sano e formativo. Protetto da Peppe Maurici e l’indimenticato Mauro Adragna, con Piero Alberti, Massimo Di Stefano, Massimino, Nicola Rinaudo, Davidino, il Paninaro e tanti altri, entravo nel secondo tempo per sostituire in porta Salvatore Rinaudo, solcando i campi di mezza Italia: Salerno, Foggia, Reggio Calabria, Cosenza, Palermo, Avellino, Monopoli, Siracusa, Benevento,e altri ancora. Il rituale della trasferta era rigorosamente rispettato: si prendeva la nave per Napoli, si cenava al self-service e si andava al cinema; la mattina sfogliatelle a Napoli e poi sul furgone per raggiungere il luogo della sfida. Telefonata dello zio Tore al presidente di turno, “leggerissimo” pranzo con specialità locali e dopo la partita il rientro notturno a casa attraverso Calabria, traghetto e strada statale di Santo Stefano di Camastra. Porto ancora nel cuore quelle emozioni e l’amore per quegli amici; e tutto ritorna a galla ogni volta che torna Massimo da Arona, incontro Salvatore, il mio 1° portiere, mi abbraccio con Nicola o Massimino, o sono a Levanzo e faccio una passeggiata per andare a trovare Mauro.

Il calcetto del Lunedì sera: il derby Medici contro Informatori
La partita di calcetto del lunedì, non più il martedì per i concomitanti impegni televisivi di Champions League, rimane l’appuntamento sportivo più importante della settimana. Ricordavamo l’altra sera con Ugo con quanta difficoltà, quindici anni fa, si riusciva a mettere in campo dieci persone. Da quando tutto cominciò con Gabriele, Stefania, Ranieri e Vincenzo Esposito, sono passati per i campi della “Locomotiva” più di un centinaio di giocatori chi con apparizioni sporadiche (Giampiero, Maurizio, Peppe Rallo) chi con più o meno lunghi periodi di partecipazione i “Fazii”, quelli della Banca Sicula, i colleghi di Gloria, i nostri familiari residenti al Nord e rientrati per le festività, e tanti altri che ci divertiamo la sera a ripescare dalla nostra memoria. Negli ultimi anni, in verità, le convocazioni si sono fatte più semplici per l’intuizione di Attilio e Peppe Bonfiglio di coinvolgere nel gruppo i loro colleghi informatori ed i medici, gente che si frequenta e incontra quotidianamente durante la quotidiana attività professionale. Così è rinato l’entusiasmo giovanile per le sfide, prima tra classi o strade, oggi tra medici e informatori. Numerosi comunque gli “stranieri” presenti in campo, le figure destabilizzanti come dentisti e massimalisti e i sempre più frequenti fuori-quota: i nostri figli.

Snowboard
“Weh, Beppe, ne conosco tanti “vecchietti” che vanno con la tavola, ma che hanno imparato a quarant’anni, solo te !”
Era già qualche anno che pensavo al grande passo. Quella in montagna era stata sempre per me una settimana splendida, la vacanza più bella e divertente; ma adesso non mi divertivo più tanto, rientravo che gli impianti erano ancora aperti, cercavo sempre di movimentare la giornata con tentavi di salto o fuoripista, salivo e scendevo senza sosta ma senza grande piacere, condividevo lo sguardo spento di Maurizio. Non è stato semplice allontanarmi dal gruppo per alcuni anni (settimane, sic.), stare da solo intere giornate, rientrare la sera inzuppato fradicio e con gli ematomi al fondo schiena, Toradol e Voltaren, lavorando per poi poter “scendere” con tutti gli altri. Adesso surfo in tranquillità, sto dietro ai miei amici con gli sci, frequento gli snowcamp, senza timore di attardare il gruppo o tediare i maestri. Ho riacquistato il piacere di scendere sulla neve, andando molto più lentamente che con gli sci, facendo molte più curve, utilizzando tutta la pista e avendo la splendida sensazione di, non solo scivolare, ma anche galleggiare sulla pista e, con le mani libere, quasi alzarsi in aria.

Ciclismo amatoriale
Finalmente, alla soglia dei 50 anni, il grande gesto è stato compiuto, e l’acquisto della bici da strada, un Giant in alluminio con forcella in carbonio, ha coronato la passione del “nostro” per il ciclismo vissuto in prima persona. Purtroppo con la media di un’uscita a settimana non è facile raggiungere la condizione per accodarsi al “gruppo selvaggio” che vediamo scorazzare la domenica sulle strade della nostra provincia. Così con Mario, Filippo e, saltuariamente, Ranieri si percorrono in scioltezza le stesse strade ma con orari più consoni e medie decisamente inferiori. Comunque con un paio di anni di attività e quasi tremila kilometri sul computerino, sono state, tuttavia, raggiunte un paio di mete “simboliche” per i cicloamatori trapanesi: in un pomeriggio primaverile del 2011 la salita ad Erice, pesante si, ma condotta con saggezza tattica e sempre sotto la soglia della massima frequenza cardiaca; e nel successivo autunno l’andata a Salemi per la vecchia strada, con gli ultimi 10 kilometri di salita dopo i 25 di pianura, entrambi traguardi emblematici di una passione sportiva messa in pratica e non limitata ai pomeriggi sul divano per le “Classiche del Nord” o i “Grandi Giri”.

Attività fisica e benessere
Ritengo fondamentale affrontare l’età che avanza con il supporto di una buona attività fisica e una corretta alimentazione. Non posso esimermi da citare i risultati di un famosissimo studio medico-scientifico americano, effettuato su una popolazione molto grande che dimostrava come due sono le variabili che molto più delle altre influiscono sulla sopravvivenza: al primo posto fare attività fisica e mangiare poco, al secondo non fumare, poi il vuoto. Così nelle pause dall’attività lavorativa, anche se il tempo a disposizione è poco, conviene saltare il pranzo, bere qualcosa, mangiare un frutto e correre nella palestra dietro casa, per seguire in sala pesi il programma di lavoro stabilito dal mio trainer Gaspare, alternando i pesi alle macchine a gli esercizi. Non raramente la sera con mia moglie partecipo alle sedute di spinning tenute da Claudio. Ma l’attività fisica è anche vita in comune e all’aria aperta. E quindi con gli amici walking e salire a piedi ad Erice, running alla litoranea, i grandi raduni di spinning o il fitness-day di fine stagione.

L’importanza di sentirsi Juve
L’Amore per la Juve è un sentimento che mi accompagna fin da quando ero bambino, dal giorno in cui Mauro Cardone mi ha regalato, in prima elementare, la prima maglietta bianconera, e guardavo le poche partite in TV (ovviamente in B/N) con mio padre e Guido Abbate; e che con andare degli anni non si è attenuata, anzi è cresciuta sempre di più. Essere juventino da sempre ha qualcosa di speciale, ha il significato di chi è da una parte o dall'altra della barricata, senza mezze misure, bianco o nero, quadrato o rotondo. Con troppa facilità si crede in giro che essere juventino sia sinonimo di poco carattere, di una scelta facile, di una scelta fatta per salire sul carro del vincitore, di una scelta priva di vere sofferenze e costellata di grandi e gloriosi successi. Sono arrivate anche le delusioni: come non ricordare la delusione di Belgrado; quella di Atene e la tragica notte di Bruxelles, entrambe vissute in prima persona, ed il lungo periodo durato quasi un decennio nel quale la Juve ristrutturata da Montezemolo sembrava aver perduto per sempre la propria identità. Per fortuna la Juve ha anche vinto spesso e forse ci ha abituato fin troppo bene; ma le recenti sventure cadono a misura per ritemprare quel carattere che ci ha sempre contraddistinto, quella solidità mentale e quella fiducia nei propri mezzi che e sempre stata la chiave delle nostre vittorie. Al di là della modesta levatura tecnica del calcio attuale e della perdita dei valori che affligge tutti gli aspetti della moderna società: lealtà, sacrificio, merito, impegno, quello che si vede alla Juve è un segnale importante. Gli 11 in maglia bianconera danno l'impressione di quella sicurezza che è data dalla consapevolezza di essere “la Juve”; sono gli altri che devono adattarsi al tuo gioco, e non tu a dover impostare la partita a seconda dell'avversario! Vediamo in campo la consapevolezza di essere più forti; “la partita si vince nello spogliatoio prima di entrare in campo”, è la caratteristica dei grandi. E questa mentalità te la devono trasmettere l'ambiente e, soprattutto, l'allenatore e la dirigenza. E nessuno meglio di Conte e Agnelli sa come si costruisce questa mentalità vincente e cosa vuol dire essere alla Juve! Siamo qui di nuovo. Questo è quello che conta.
“Io non sono di parte. Io sono della Juve. E' diverso” – Omar Sivori


MUSICA


Neil Young e la West Cost
Ricordo come fosse ieri il mio primo incontro con il Rock. Durante la ricreazione, sul ballatoio del Liceo Classico, mia cugina Fiorella mi disse che se volevo ascoltare un po’ della sua musica, volentieri mi avrebbe registrato qualche cassetta. Entro quel sabato avevo già preso l’abitudine di studiare ascoltando quelle 4 cassette che custodivo gelosamente: Eagles, America, James Taylor, Crosby Stills Nash & Young e, ovviamente, Neil Young. La scintilla era scoccata. Fin dallo scioglimento dei Buffalo Springfield, la sua attività solistica l’ha mostrato cantautore malinconico e riflessivo, incline alla nostalgia e alla tristezza, che esprime perfettamente con una voce quasi in falsetto e prossima alla commozione. Le sue disperate canzoni d’amore, spesso mischiate a motivi politici particolarmente caustici, giunsero ai livelli più alti in After the gold rush e in Harvest. La morte del suo unico vero amico Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse e ricordato con una rosa rossa sul palco della copertina di Time fades away, disco live tratto dalla tournèe da cui lo stesso Neil Young lo aveva escluso a causa della sue condizioni penose, e cosa che il canadese non riuscì mai a perdonarsi, gli diede spunti per nuove riflessioni. A differenza di molti colleghi manterrà viva la sua ispirazione per tutti gli anni settanta cantando del caos interiore dell'individuo che e` stato causato dal caos esteriore della società e compiendo una complessa operazione psicologica che stende un ponte fra l'idealismo delle comuni hippie e la nevrosi delle popolazioni urbane. La sua voce, i suoi testi, le sue melodie e il suo stile alla chitarra compongono un messaggio di sofferenza e redenzione che nei momenti migliori sfiora l'allucinazione, la visione mistica, l'illuminazione filosofica, ma sempre da un contesto che e` fondamentalmente infernale. I diversi aspetti della sua carriera, il folk-singer dei grandi spazi liberi, il militante anti-razzista, il moralista degli eccessi dell'era hippie, il visionario apocalittico, il pessimista universale, il loner malinconico, il rocker dell'alienazione, sono semplicemente gli stadi di un lungo calvario, personale e sociale. Neil Young ha fatto per la canzone intimista ciò che Dylan aveva fatto per quella di protesta: come Dylan ha fuso l'enfasi e l'ottimismo dell'era Kennedy ai temi del pubblico, così Young ha sposato l'umanesimo e il pessimismo dell'era post-Kennedy ai temi del privato. Infine ha inventato lo stile di chitarra distorto, cacofonico, da incubo, che influenzerà la generazione Grunge. Neil Young e` unico nella sua schizofrenia musicale, nella dicotomia live/studio. Gli album dal vivo, carichi di un'energia quasi nucleare, sembrano venire da un altro artista, un terrorista musicale, un vero punk. E ancor di più, in studio, si verifica un'altra alternanza: la ballata country lineare, graziosa, elegante, e la jam "acida", brutta, rumorosa. Questi due modi coesistono raramente: si avvicendano al controllo dell’espressione artistica. Ciascun album in studio è dominato dall'una o dall'altra, restando sempre altissimo lo spirito creativo, visionario e illuminante della sua opera.

Led Zeppelin
I maestri dell‘Hard Rock, i progenitori dell’Heavy Metal, sono in realtà una grande formazione blues e le loro prime incisioni sono rivolte ad allargarne i confini con una portentosa enfasi vocale e un’amplificazione portata allo spasimo. E’ un rock blues poderoso che comincia là dove si erano fermati i Cream di Eric Clapton. I Led Zeppelin cambiarono la storia della musica, trasformarono il rock in un fenomeno di massa, diventando il primo successo che non dipendeva dalla programmazione radiofonica. Prima dominavano le "Top 40", le hit parade, e i 45 giri. I Led Zeppelin divennero star senza mai entrare in quelle classifiche, capendo per primi che il potere stava passando dalle radio AM a quelle FM, a quelle che trasmettevano brani più lunghi dei classici tre minuti, brani con assoli di chitarra e persino senza ritornello. Senza usare il formato tradizionale che aveva portato al successo i Beatles, divennero un fenomeno mondiale, vendettero milioni di dischi e attrassero ai loro concerti migliaia di persone. Anche in questo i Led Zeppelin furono l'emblema dei tempi che mutavano. Monterey e Woodstock avevano ampiamente dimostrato quale musica era capace di attirare grandi masse. I Led Zeppelin esordirono nell'anno di Woodstock e beneficiarono di questa innovazione. Persino la laconicità con cui i Led Zeppelin intitolarono i loro primi quattro album rappresentava un punto di rottura nei confronti della tradizione. Jimmy Page chitarra reduce dagli Yardbirds e collaboratore di Who, Them e Kinks, Robert Plant dotato di una voce peculiare, un falsetto isterico e versatile, con la passionale intensità del blues e una moderna isteria, John Bonham batteria con John Paul Jones basso e tastiere, nel 1969 registrano in una sola rapidissima seduta il loro primo album confortati dalla risposta entusiastica da parte del pubblico dei pub londinesi e club americani: è un successo; l’appoggio del grande pubblico giovanile è incondizionato. Ma ancor più grande è il trionfo del secondo album: è l’inizio del volo del Dirigibile. Cio` che rese subito leggendarie le loro esibizioni dal vivo fu l'energia: mai un gruppo aveva suonato il blues con tale ferocia. I Cream avevano divelto il concetto di canzone e esasperato la tecnica, ma tutto sommato la loro era rimasta una musica del cervello. I Led Zeppelin la trasformarono in una musica soltanto del corpo, una musica in cui si scaricava un'adrenalina infuocata, un'orgia di suoni assordanti, di ritmo scatenato, di urla psicotiche e tanta velocità. Il loro stile rappresentava l'ideale fusione di blues-rock, il genere lanciato dai Cream, e di rock psichedelico, il genere lanciato dai Pink Floyd. I brani erano surreali come quelli dei Pink Floyd, ma caricati di vibrazioni epidermiche come quelli dei Cream. A far epoca fu la qualità musicale, la fantasia strumentale e il grado di disfacimento a cui portavano il blues, sgretolato da un alternarsi di vuoti lisergici e di attacchi maciullanti a velocita` supersonica, voli chitarristici e sconnessi sproloqui sgolati di Plant, tumultuosi saliscendi armonici, terrificanti galoppi sincopati. In un paio di anni, nel terzo album, addolcirono anche quel suono feroce e veemente, che pure mieteva già successi inenarrabili, attenuandolo con melodie folk e armonie psichedeliche. Il riavvicinamento al folk è più evidente sul quarto album, chiaramente suggestionato dal repertorio tradizionale in ballate acustiche, soffuse e rifratte in nervosi effetti psichedelici. Ma lo spavaldo nervosismo di Page e il canto acuto e viscerale di Plant, modulando blues e quieta sensibilità mistica, continuavano a dare alla musica dei Led Zeppelin dinamismo, respiro ed emozione. Nel 1980 la morte di Bonham, unita alle precedenti tragedie personali di Plant e di Page, causarono l’immediato scioglimento del gruppo. I cento milioni di album venduti consacrarono i Led Zeppelin al mito.

Sonorità celtiche dai Fairport Convention ai Cranberries
Nella metà degli anni sessanta vennero alla ribalta negli USA artisti che fondevano musicalmente Folk e Rock: Woody Guthrie, Pete Seeger, Bob Dylan, Donovan e poi i Byrds con Mr.Tambourine Man, una canzone di Dylan compleatamente riarrangiata con chitarre acustiche e folk, e il caratteristico “jingle-jangle” un arpeggio venato di dissonanze. In Europa dal 1966 in poi nascono i Fairport Convention con la cantante Sandy Denny che partendo dal jazz includono elementi della tradizione musicale britannica; i Pentangle di John Renbourn e Bert Jansch, dove la tradizione inglese e celtica si sposa con blues, jazz e pop in un pot-pourri indefinibile e meticcio, e gli Incredible String Band, che creano un folk esoterico e fantastico, marginalmente influenzato dal movimento psichedelico, che cita la musica indiana e mediorientale e la sposa col folk celtico. Contemporaneamente in Bretagna Alan Stivell unisce la musica celtica e i suoi strumenti tradizionali, tra cui l'arpa celtica e la cornamusa, con il rock, chitarre e percussioni. Sono poi gli Steeleye Span che riusciranno in una perfetta fusione tra il rock e la musica tradizionale inglese, entrando in classifica in USA e GB. Quest'attitudine al folk, può essere ritrovata anche in altri famosi gruppi come Jethro Tull, Traffic e Led Zeppelin. Di seguito il fenomeno coinvolse anche l'Irlanda, che presto diventerà anzi il principale centro mondiale di riscoperta delle tradizioni e dai primi esponenti del revival celtico si arrivò ben presto ai grandi successi commerciali dei Chieftains e dei Clannad, esponenti di un folk più lirico che utilizza arpa celtica, cornamusa, tin whistle (flauto metallico), zampogna, dulcimer, banjo. Questi gruppi hanno rappresentato due tendenze opposte: quella comunitaria, retaggio della epopea hippie importata dalla California, e quella individualista, tesa a salvaguardare i principi morali, ma dilaniata da una nuova e più profonda solitudine, aggiornando l'immagine del musicista rock, rimasta ferma ai volti ebeti e sorridenti dei Beatles e all'austero magistero dei patriarchi blues. E poi nel 1992 esplodono i Cranberries, formazione irlandese che ha raccolto al meglio l'eredità del rock "celtico" e popolare degli U2, grazie a un originale folk-rock fatto da un pugno di vibranti invettive e di eteree nenie, intrise di un fascino "magico", esaltato dai virtuosismi vocali della cantante Dolores O'Riordan, bionda leader dal volto telegenico e affascinante. Musicalmente gli album propongono un ibrido tra il folk celtico, le melodie pop e i ritmi frenetici del rock. Dolores fa il resto, con una voce estremamente duttile, capace di passare da tenere ninnananne a tesi psicodrammi.

La Psichedelia dai Jefferson Airplane ai Pink Floyd
La psichedelia costituisce un fenomeno importante per il rock quanto la protesta pacifista del Greenwich Village o il Movement di Berkeley. Si può dire che la droga abbia avuto nel rock degli anni '60 lo stesso ruolo del sesso nel Rock and Roll degli anni '50. L'uso della droga come stimolazione della creativià` deriva dai poeti della Beat Generation, ma l'elevazione dell'allucinogeno a feticcio, oggetto di culto tramite rituali socio-religiosi, è costume primitivo di popolazioni sparse su tutto il globo. In entrambe le accezioni, di mezzo o di fine, la droga ha la funzione di "cibo per la mente". L'LSD fu scoperto nel 1943, ma solo negli anni '60 le sue straordinarie proprietà attirarono l'interesse per l'espansione della coscienza e la conseguente liberazione dell'individuo, che vennero studiate da Timothy Leary e coll., con esperimenti sulla reazione della psiche alla somministrazione di stupefacenti. In breve tempo si aggiunsero le intuizioni dello scrittore Aldous Huxley, autore di “le Porte (Doors) della Percezione”, e si originò un movimento di sperimentatori psichedelici. Con le persecuzioni delle autorità, incattivite dalla personalità ribelle dei “consumatori”, l’uso della droga assumeva anche i connotati di una provocazione, e come tale entrava a far parte di un ipotetico arsenale rivoluzionario, insieme con i capelli lunghi, l'amore libero e i vestiti bizzarri. Infine l'acido era veicolo per la meditazione trascendentale, legame fra la civilta' occidentale e le religioni orientali. In pratica, l'effetto delle droghe consisteva nell'illuminare l'artista affinché la sua fantasia potesse creare più liberamente, puntando ad un'arte più visionaria, di sensazioni più che di idee, adattandosi alla regola principale dell’ underground: l'arte come gioco e la fusione delle arti. Verso la metà degli anni '60 il rock divenne più cosciente del ruolo di primo piano che la droga stava avendo per la sua evoluzione, e quello che prima era stato un pretesto, una consuetudine, un semplice segno di riconoscimento, divenne un credo, un dogma, se non anche una moda. La parola "psychedelic" smise di costituire reato e divenne patrimonio di tutti i complessi, persino dei Beatles! Il rock psichedelico siglò un momento atipico della storia discografica, quando il successo di tanti complessi amatoriali (dai Beach Boys ai Jefferson) convinse le case discografiche a stabilire un filo diretto fra garage e charts. Anzi, quanto più è grezzo e approssimato il sound, tanto meglio è. I talent scout si sbizzarrirono alla ricerca di fenomeni sempre più eccentrici. In California la psichedelia ha il più importante ruolo sociale. Jerry Garcia e i suoi Grateful Dead si esibiscono sotto l’effetto di allucinogeni; i 13th Floor Elevators utilizzano per primi il termine psichedelica nei loro dischi; Byrds e Jefferson Airplane raccontano in codice ai giovani le loro esaltanti scoperte di “Good Vibrations”; i Quicksilver spingono la West Cost oltre i limiti, sostenuti da visionari e ripetuti assoli di chitarra. Jim Morrison e i Doors sono artefici di un teatro-musica di dionisiaca bellezza, in cui il rock stimolato dalle nuove droghe diventa una sorta di cerimonia mistica per iniziati. I Velvet Underground, dopo tante beatitudini celesti, per primi viaggiano invece nell’inferno psichedelico. Ma su tutti spicca la figura titanica del più grande chitarrista di tutti i tempi, Jimi Hendrix, capace di immaginare la nuova musica dei decenni a venire. Non ha bisogno di biascicare testi per esprimere l’emozioni delle droghe: si spiega benissimo con i suoni che riesce ad estrarre dalla sua chitarra, la sua amante, con la quale suonando raggiunge l’orgasmo; la sua musica, che lascia presto questo mondo per avventurarsi in profondi abissi e spazi remoti, trasparenti metafore dei luoghi segreti della mente, si esprime in vibrazioni, colori, proiezioni sonore. Lo stesso mondo a colori e fasci di luci cangianti che, qui in Europa, distorcono le immagini di Pink Floyd e Soft Machine

Progressive italiano
Il Progressive Italiano non fu soltanto un corollario alla importante scena inglese ed europea, ma ha avuto anche un ruolo fondamentale nella storia del nostro rock, altrimenti piuttosto povera di eventi epocali, diventando vero e proprio movimento culturale e artistico. Questi musicisti superarono il “Beat” e la “Psichedelia”, sconvolgendo la tipica “forma-canzone” iniettandovi stilemi classici, jazz, etnici e concreti e dilatandone modi e tempi d'esecuzione, sino ad arrivare a moduli espressivi complessi e rivoluzionari. Il 1967 vide sorgere i primi germogli della psichedelica floreale italiana: le storiche Stelle di Mario Schifano con memorabile copertina, la prima idea concept di Senza orario e senza bandiera dei New Trolls, l’hard rock del Balletto di Bronzo, i primi innesti progressive di Orme e Formula 3, per arrivare al momento commerciale più alto del fenomeno: il Concerto Grosso dei New Trolls. Nel giro di un paio di anni la scena italiana saluta l’arrivo di PFM, Banco, Osanna, Area con la produzione delle pagine più belle, interessanti e creative dell’epopea prog che nel giro di un lustro ha prodotto musica splendida, originale ed emozionante come mai prima né dopo. E se il beat copiava gli stranieri il progressive italiano, benché riconducibile a Genesis, ELP, Yes, King Crimson (gli stessi PFM non hanno mai nascosto di ispirarvisi a fondo) trattò diversamente la composizione ed ebbe una diversa sensibilità interpretativa che spesso rivela una tipica matrice italiana, mediterranea, non anglofona: Perigeo, Napoli centrale, Area, ecc. Originali le ispirazioni letterarie (Hegel, Nietzsche, i Vangeli, Platone, Dante) e le strane sigle dei nomi: Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Corte dei Miracoli, Locanda delle Fate, Raccomandata con Ricevuta di Ritorno, ecc.). Era un mondo musicale composito, articolato, creativo, che superando le morali e libertarie del '68 approdò ad un periodo di maggiore coscienza politica e sociale, ottenendo la sua maturità definitiva per la capacità di rappresentare con chiarezza la complessità dei nuovi movimenti rivendicativi. La parabola del "Prog" toccò il suo vertice Europeo nel 1973, e si estinse circa 3 anni dopo contemporaneamente alla fine del sogno "controculturale", e avendo raccolto briciole di popolarità. Il rinnovato impegno politico militante, la minaccia del neoliberismo di stampo Reaganiano e Thatcheriano e le lotte in difesa dei lavoratori, richiedevano ora una musica più "diretta" e meno "sognante". Una musica che fosse anche “barbara”, da “non musicisti”, ma piena di tracce crude e ribelli che riportassero alla durezza della realtà che, di lì a poco, avrebbe assunto contorni sempre più drammatici.

Lucio Battisiti, 1943-1998
In Italia si produce davvero poco e male e alla fine mi butto sui prodotti stranieri che almeno sono nelle mie corde. Certo abbiamo avuto artisti straordinari, band che hanno fatto la storia del rock progressive negli anni 70. Ma alla fine si parla sempre e solo dei soliti: De André, Dalla, De Gregori, Guccini e Vecchioni, vecchi tromboni spocchiosi che sentenziano e pontificano, baracche cadenti puntellate da una ideologia che il tempo e i fatti hanno sconfitto, e quando si parla di Lucio Battisti, il più grande musicista italiano del secolo scorso, il più fine sperimentatore nella storia del cantautorato italiano, si menzionano sempre e solo i grandi classici o lo storico duetto con Mina. E non si parla della produzione artistica: il mio canto libero, il nostro caro angelo, anima latina, la stagione dei grandi capolavori della coppia Battisti-Mogol che raggiungono le vette più alte della miscela musica e poesia rilanciando temi ritenuti esauriti o difficilmente innovabili, quali il coinvolgimento sentimentale e i piccoli avvenimenti della vita quotidiana: amore, morte, protesta, con la semplicità stordente delle parole di Mogol ispirato dalla musica di Lucio estremamente e musicalmente complesso e spiazzante, lo sperimentatore che pochi ricordano e ancor meno menzionano: tutta l’esperienza di vita dell’artista trasmessa in musica e tradotta in versi da un genio della parola. E’ quasi impossibile riuscire a catalogare Battisti; si fa fatica a ordinare nella testa i suoi lavori, e quando si cerca di scavare nella cronologia dei suoi dischi viene il mal di testa e l’unico appiglio risulta un “il meglio di”. Un artista che ha pubblicato 19 album in cui si sono visti intrecciare i più disparati generi, tendenze e sonorità. Troppo raffinato e poco “sanremese” per essere inserito nel calderone della musica leggera; troppo poco canzonettiere e sempre attento a quello che succedeva all’estero per essere considerato nazional-popolare; troppo poco “impegnato” politicizzato e intellettualoide per essere inserito nel cantautorato. Personaggio schivo e un po’ rude, sempre lontano dai riflettori, Battisti è un raro esempio di meritocrazia italiana. Un musicista in grado di vendere milioni di dischi senza apparizioni televisive, tour promozionali, pubblicità di ogni sorta e un rapporto con una stampa indegna sempre pronta ad attaccarlo e provocarlo fino al limite della barbarie. Sempre bersagliato da una critica che lo stroncava e lo dipingeva come un pallone gonfiato e da colleghi invidiosi per il suo essere sempre un passo davanti a loro e dieci anni avanti musicalmente. La sua produzione ha rappresentato una svolta decisiva nella musica italiana: ha personalizzato e innovato la forma della canzone tradizionale e melodica, intesa come susseguirsi di strofa – ritornello – strofa – inciso – finale. Nella dimensione artistica di Lucio Battisti, l’impegno politico, a differenza di quanto accadrà negli anni settanta per la maggior parte dei cantautori, non assumerà particolare rilievo, ed anzi Battisti fu, all’epoca, sovente criticato per la scelta di parlare solamente di sentimenti, ritenuta espressione di un approccio “piccolo borghese”; addirittura, non mancava chi lo indicava apertamente come fascista, non senza dare corpo a voci (comunque mai provate) secondo cui Battisti avrebbe finanziato organizzazioni di estrema destra. Così Pierangelo Bertoli: «Negli anni settanta si sapeva che Battisti stava a destra e che era vicino al MSI. Non c’era bisogno di prove, lo si sapeva e basta». Questo convincimento è stato spesso alimentato da taluni versi (come il celeberrimo “o mare nero” in La canzone del sole, “planando sopra boschi di braccia tese”, da La collina dei ciliegi e “gente giusta che rifiuti di esser preda di facili entusiasmi e ideologie alla moda” in Una giornata uggiosa) che avrebbero un significato strettamente politico, chiaramente da riferirsi alla destra; perfino “Il mio canto libero” fu ritenuta a suo tempo una metafora dell’innalzarsi di quella ideologia e criticata la copertina con un gruppo di uomini a braccia levate, un’invocazione da coro di tragedia greca. Ma il mio canto libero è appunto questo: un uomo che canta la propria libertà, l’amore, la paura e la rabbia, e che ci lascia con una domanda che ha trovato risposta (negativa) nel mare del conformismo artistico-musicale in cui navighiamo ora: come può uno scoglio arginare il mare? E cosi, naufraghi, restiamo aggrappati a questo scoglio, piccola isola felice di rara bellezza.


LIBRI


Conan – di R.E. Howard
Conan il barbaro è un eroe letterario inventato dallo scrittore di heroic fantasy Robert Ervin Howard. È conosciuto anche come Conan il cimmero dal nome della sua patria d'origine, la Cimmeria. Howard non pubblicò mai in volume, così Conan esordisce nel dicembre 1932 sulla rivista pulp Weird Tales con il racconto La fenice sulla lama. Howard stava già collaborando con Weird Tales da diversi anni. La serie che aveva più impressionato, e che gli aveva dato non solo il successo e la notorietà presso i lettori della rivista, ma anche presso gli altri collaboratori della stessa, fu quella incentrata intorno all'eroe puritano Solomon Kane; in quei tempi nasce anche l’amicizia con Lovecraft. Il vero successo arrivò solo con Conan, un eroe duro, dalla muscolatura imponente, ma al tempo stesso agile e furbo, pronto a capire quando è il caso di fuggire e quando vale la pena rischiare la propria vita. Un modo di pensare certamente molto mercenario, ma tra i suoi aspetti Conan non nascondeva certo quei tratti di nobiltà che lo rendevano decisamente migliore di molti dei personaggi di contorno con cui interagiva di volta in volta. Infatti Conan, che altro non è se non una evoluzione del più sfortunato (per successo letterario) Kull di Valusia, era un «barbaro», proveniente dalla Cimmeria e spesso stentava a comprendere non tanto la civiltà, quanto l'uomo civilizzato. Howard, attraverso Conan o altri personaggi di contorno, infatti, trovava sempre l'occasione per criticare il genere umano, tanto avvezzo alle comodità, quanto alle azioni subdole, sempre pronto ad ottenere il proprio vantaggio, anche a costo della vita di qualcun altro. E proprio in contrasto con questo atteggiamento, Conan spicca soprattutto per nobiltà nel portamento e nelle azioni: nonostante i suoi mestieri siano stati quelli di ladro, mercenario, pirata, non rinunciava ad aiutare una persona in difficoltà (soprattutto se era una bella donna), indipendentemente dal possibile guadagno. In questo senso Conan era quindi un barbaro: il suo agire limpido, nobile e sincero di fronte alle persone più umili era decisamente estraneo all'atteggiamento solito della gente civilizzata, che egli ripagava sempre con rapine e raggiri, perché altro non meritavano, nell’agire e nel pensare, queste molli genti civilizzate.

La Spada di Shannara – Terry Brooks
Shannara è una serie di romanzi fantasy dell'autore statunitense Terry Brooks, scritti fra il 1977 e il 2008. Il tema unificante della serie sono le vicende della famiglia Shannara-Ohmsford, una famiglia di sangue elfico (poi incrociato con sangue umano) e detentrice di poteri magici. A causa di tali poteri magici, gli Shannara-Ohmsford si trovano ad avere la responsabilità di difendere il mondo dai pericoli che lo minacciano, e ripristinare l'ordine nei periodi oscuri della storia. Le loro vicende sono strettamente legate a quelle dei Druidi di Paranor e degli Elfi.. A differenza delle serie fantasy classiche, il ciclo di Shannara è ambientato sulla Terra, in un remoto futuro in cui il pianeta e la razza umana sono stati completamente trasfigurati da eventi bellici di proporzioni apocalittiche, le Grandi Guerre, e successivamente dalle Guerre delle Razze. Il primo romanzo della serie, La Spada di Shannara, pubblicato nel 1977, ebbe un enorme successo di pubblico. Il libro ricevette pesanti critiche legate alle numerose analogie con Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Terry Brooks ha però smentito ogni accusa di plagio; anche le forti somiglianze tra le due storie sono innegabili, ma a Brooks viene unanimemente riconosciuto il merito di aver dato vita al fantasy moderno, uno dei più prolifici generi di narrativa contemporanea, discostandosi dai canoni tipici del fantasy e mantenendosi sempre su livelli letterariamente più validi rispetto altri autori.

I pilastri della Terra – Ken Follet
I pilastri della Terra è un romanzo storico pubblicato nel 1989 da Ken Follett. Racconta la costruzione di una cattedrale a Kingsbridge (una località immaginaria del Wiltshire in Inghilterra); ambientato nel XII secolo tra il 1123 (affondamento della Nave Bianca in cui morì l'erede al trono inglese) e il 1174 (assassinio dell'arcivescovo di Canterbury Thomas Becket). Sullo sfondo degli avvenimenti storici si snodano le avventure dei personaggi verosimili e viene illustrato con efficacia lo scontro in atto nel medio evo, tra la nobiltà, ancora arroccata a difesa dei propri privilegi e la nascente borghesia mercantile, che si stava sviluppando nelle città, la quale tentava di liberarsi dagli arcaici fardelli del feudalesimo. Il romanzo è un mystery, una storia d'amore, una grande rievocazione storica: Follett tocca una dimensione epica: intreccio, azione e passioni si sviluppano così sullo sfondo di un'era ricca di intrighi e cospirazioni, pericoli e minacce, guerre civili, carestie, conflitti religiosi e lotte per la successione al trono. Con una infallibile suspense Follett ricrea un'epoca scomparsa e affascinante. Foreste, castelli e monasteri sono l'avvolgente paesaggio, mosso dai ritmi della vita quotidiana e dalla pressione di eventi storici e naturali entro il quale per circa quarant'anni si confrontano e si scontrano le segrete aspirazioni e i sentimenti dei protagonisti - monaci, mercanti, artigiani, nobili, fanciulle misteriose -, vittime o pedine di avvenimenti che ne segnano i destini e rimettono continuamente in discussione la costruzione della cattedrale. Una grande storia di ambizione e tradimento, coraggio e dedizione, amore e vendetta, in cui si ritrova tutta l'impeccabile arte di narrare di uno dei più amati scrittori contemporanei. La sensazione è quella di sentirsi completamente immersi nella storia, e di viverla quasi in prima persona: ne I pilastri della terra si trovano l'ambiente, la vita e la storia medievale mescolati a affascinanti personaggi; e proprio questo incontro ha reso questo libro letteralmente straordinario. Insomma, una lettura da non perdere, per gli amanti del Medioevo, e non solo!

Gli stravaganti Kameraten di Sven Hassel
Sven Hassel, è uno scrittore danese autore di romanzi di guerra pseudo-autobiografici ambientati durante la seconda guerra mondiale. Lo stile peculiare e immaginoso, a tratti picaresco, sa dare vita a vivide scene di vita dietro le linee ma anche a tragiche e movimentate sequenze di battaglia. Hassel si arruola nell'esercito tedesco qualche anno prima della guerra ma, dopo aver disertato nei primi mesi della guerra, viene deportato in un campo di concentramento e infine reinserito nell'esercito tedesco in una compagnia di disciplina, il 27° Reggimento "Panzer", reparto formato da disertori, indesiderati politici, criminali e assassini, con le mansioni più pericolose dell'esercito, e nel quale ambienta tutta la sua produzione letteraria. Combatté fino alla fine della guerra, a Berlino nel 1945, e iniziò a scrivere proprio durante la prigionia dai Russi. Nel 1953 pubblica il primo romanzo, “Maledetti da Dio”, e nel 1964 si trasferisce a Barcellona, dove vive tutt'oggi. I racconti sono scritti in prima persona e ambientati su tutti i principali fronti: quello russo, in Italia a Montecassino, e durante lo sbarco in Normandia. Utilizza esperienze autobiografiche ed elementi e di invenzione per raccontare le avventure degli stravaganti componenti della sua compagnia. Lo stile è diretto, crudo e descrive la guerra in tutta la sua violenza. Hassel è abilissimo nel passare da situazioni di ilarità e rilassamento dei protagonisti al pieno dell'azione bellica, dove emergono le paure, il coraggio, l'ingegno dei personaggi. Raramente, nella narrazione, c'è spazio per il militarismo e l'esaltazione della guerra: battute sagaci e considerazioni profonde esprimono l'estremo disgusto dei protagonisti verso la guerra e i suoi orrori. Combattono per sopravvivere, senza badare alla convenzione di Ginevra; uccidono per non essere uccisi. Fanno parte del gruppo il sergente Willie Beier, chiamato "Vecchio Unno", leader e padre dei soldati;Alfred Kalb, il "Piccolo Legionario", ex membro della Legione Straniera Francese, il soldato più esperto del gruppo, con la perenne sigaretta all'angolo della bocca; Barcelona Blom, un veterano della guerra civile spagnola, nostalgico della Spagna e degli aranci; Gregor Martin, ex autista di un generale; Julius Heide, un nazista fanatico, maniaco del regolamento, incarnazione del soldato perfetto; I personaggi più "divertenti" sono: Wolfgang Edwald Creutzfeld, detto "Fratellino", un gigante privo di grande intelligenza, ma dotato di grande coraggio e forza erculea: suo segno distintivo è una bombetta grigia. Joseph Porta, "caporal maggiore per grazia di Dio", un magro e astutissimo soldato, amante della cucina, sempre in cerca di cibo. È l'anima degli imbrogli e dei raggiri che si verificano nei romanzi ed è l'autore di numerose "storielle incredibili" ed aneddoti, che racconta nei momenti più disparati. Suo segno distintivo è una tuba gialla che porta anche in battaglia. Fra i componenti della sezione si instaura un fortissimo sentimento di cameratismo e fratellanza, che li spinge a rischiare la propria vita per aiutare un commilitone in difficoltà ed a condividire ogni cosa, dal cibo alle emozioni e ai pensieri.

La trilogia del Caporale Asch – Hans Hellmut Kirst
Kirst (1914-1989), veterano tedesco della seconda guerra mondiale, scrisse vari romanzi, il più famoso dei quali è “la notte dei generali”. Ma da apprezzare è soprattutto la serie satirico-umoristica di romanzi sulla figura del Caporale Asch, di argomento militare, raccolti nella trilogia “08/15”: “la rivolta del Caporale Asch” (1954), e dopo “la strana guerra del Sottufficiale Asch” e “la vittoria finale del Tenente Asch”. Romanzi di guerra, "di caserma", come lo stesso autore li ha definito, ma soprattutto romanzi contro la guerra, sono una delle satire antimilitariste più affilate del Novecento. Nel gruppo di personaggi, di soldati accomunati dall'incompatibilità rispetto alle regole della vita militare, si staglia il caporale Herbert Asch, vero centro morale del romanzo, uomo libero, "donchisciottesco" nel proprio idealismo con cui intende distruggere l'inumano sistema dell'esercito tedesco chiuso nell'abbraccio mortale tra ottusa efficienza prussiana e barbara brutalità nazista. Asch è destinato all'insuccesso, poiché il potere farà quadrato neutralizzando ogni tentativo di ribellione, ma il giovane caporale almeno un risultato lo otterrà: coprire di ridicolo l'intero sistema. Questi romanzi, resi memorabili dalle trasposizioni cinematografiche di Ernst von Salomon, causarono aspre polemiche, mettendo in discussione con le armi dell’ ironia e dell’ umorismo anche la Germania di Adenauer, incapace di fare i conti con le proprie responsabilità nel recente passato.

Il signore degli anelli – J.R.R. Tolkien
The “Lord of the Rings” è un romanzo epico fantasy scritto da John Ronald Reuel Tolkien negli anni ’40 e pubblicato nel 1954, ambientato nella Terza Era, un periodo storico immaginario, nell'immaginaria Terra di Mezzo, un mondo che per Tolkien scorre parallelo e completamente isolato dal nostro. La saga resta una delle più popolari opere letterarie del XX secolo, oltre che rappresentare la quintessenza del genere fantasy. L'intera saga ha esercitato nel tempo un influsso culturale e mediatico a diversi livelli, ottenendo attenzione sia da parte di critici, autori e studiosi che da parte di semplici appassionati che hanno dato vita a gruppi e associazioni culturali tolkieniane, sparsi in tutto il mondo. Ma la vera essenza del romanzo sta nella fiaba e nel mito. Tolkien parla della sua passione per il mito (non l’allegoria!) e per le storie fantastiche, e soprattutto, per le leggende eroiche a metà fra la fiaba e la storia. E poi svela lo scopo fondamentale alla base del Signore degli Anelli: non solo il filologico, cioè dare un necessario retroterra di ‘storia’ alle lingue elfiche, ma anche quello mitico: Tolkien aveva in mente di creare un corpo di leggende più o meno legate, che spaziasse dalla cosmogonia più ampia, fino alla fiaba romantica più terrena, da dedicare semplicemente all’Inghilterra, la sua terra. Questa intenzione, nonostante dubbi e incertezze, si concretizzò nel Simarillion, ne Lo Hobbit, ne Il Signore degli Anelli e in tutto quel materiale inedito che il figlio Christopher ha sistematizzato in ben dodici volumi. “Il mito, la fiaba” dice Tolkien “devono, come tutte le forme artistiche, riflettere e contenere fusi insieme elementi di verità, morale e religiosa, o di errore, ma non esplicitamente, non nella forma conosciuta del mondo ‘reale’, primario”. Tolkien, dunque,creò un corpus mitico-leggendario-fiabesco facendo fermentare “nel terriccio della mente” tutti quei miti dell’antichità nordica che ben conosceva creandone dei nuovi per la Terra di Mezzo, rivisitati alla luce del suo cattolicesimo tradizionale: Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica: l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Rivisitando i miti dell’antica Europa alla luce del suo particolare cattolicesimo, in modo diverso, nuovo e unitario, Tolkien ha dato un corpus leggendario a tutto l’intero Vecchio Continente, quella Europa che è diventata per noi la nuova nazione, che però è ancora alla ricerca di un sostrato culturale e spirituale che l’unisca veramente nel profondo, al di moneta, banche e burocrazia di Bruxelles, che in pochi capiamo e accettiamo. Un mito, ovviamente!, che va oltre, la pura storia avventurosa di Frodo, Aragorn e Gandalf, ma che affonda nel simbolismo della lotta contro un Potere malefico e distruttivo per la restaurazione di un Potere positivo e creatore, proponendo valori eterni ma ormai dimenticati in Europa e in Occidente: amicizia, lealtà, cameratismo, onore, coraggio, disinteresse, dovere, spirito di sacrificio, senso del sacro, e denunciando errori ed orrori della Modernità.


MITI


Leonida e i 300 delle Termopili – 480 a.C.
Cosa resta oggi del sacrificio delle Termopili, di poche centinaia di europei che si opposero ad un esercito di un milione di barbari. Rimane il simbolismo di quella battaglia. Il simbolo del sacrificio volontario al dovere. Questo è il simbolo delle Termopili e dell’educazione spartana, che era uguale più o meno a quella romana o a quella sioux o dei samurai giapponesi. Il messaggio era lo stesso: si deve fare il proprio dovere, a qualsiasi costo e nel modo più sereno, con l’aria di fare non chissà ché ma quello che si deve fare e che è da Uomo. Non c’è stata nessuna vittoria militare. C’è stata però una vittoria su sé stessi, da parte dei 300, che si sono sacrificati fino all’ultimo o quasi, per ritardare la marcia del nemico o per permettere la riorganizzazione alle spalle e la successiva vittoria di Platea. E' indubbio che le guerre che i Greci dovettero combattere per difendersi dalla aggressione di Persiani abbiano contribuito alla determinazione dei caratteri fondamentali della identità europea. La battaglia delle Termopili e il sacrificio di Leonida e degli Spartani furono d'esempio a coloro che nei secoli a venire si trovarono a combattere per la libertà dell'Europa e dell'Occidente. Il simbolo dell’identità occidentale, difesa nello scontro fra l’esercito dei greci formato da uomini liberi e l’esercito di schiavi di Serse, che dice di sé al traditore Efialte che lui è buono, che può dare tutto, donne e potere, e che è sufficiente piegarsi; al contrario di Leonida che aveva chiesto allo storpio di alzare lo scudo, ovvero di essere uomo. Il simbolo del cristianesimo che ha raccolto l’eredità dell’età classica. L’eroismo degli spartani che si immolano è paragonabile a quello dei cristiani che si facevano sbranare dai leoni. E anche la morte di Leonida, nel film “300” ha qualcosa di cristiano, trafitto da frecce come S. Sebastiano e a braccia aperte come se fosse in croce. Ed in un certo qual modo la fede c’entra. I cristiani si immolavano per la fede in Cristo, gli spartani per la loro fede nella libertà e nella ragione. E nella memoria storica dell’evento, sono interessanti i continui rimandi alla ragione, che poi è il lascito culturale dei greci a noi occidentali, e che i cristiani hanno pensato bene di includere nel loro sistema di pensiero. La fede nella libertà porta gli spartani a morire da uomini liberi che vivere da schiavi: Speranza e Fede! Non ci ricordano qualcosa? Questo è il significato oggi delle Termopili e della lotta in difesa dell’Europa per coloro che sentono questa vocazione, che sentono di appartenere a questa grande patria spirituale, patria che non può morire e che dove essere difesa.

William Wallace, 1270-1305
Nel XIII secolo la Scozia è oppressa dalla tirannia del sovrano inglese Edoardo I detto il Plantageneto. I nobili scozzesi, che potrebbero insorgere e rivendicare l' indipendenza, sono però divisi tra loro da faide insanabili. Unico baluardo per il futuro della Scozia è il giovane William Wallace. Bambino perde il padre ed il fratello, vittime di un agguato inglese; la sua promessa sposa Marron viene aggredita da alcuni soldati inglesi e il suo intervento le costa la vita, barbaramente giustiziata. Accecato dal dolore William sveste i panni del remissivo ed oppresso scozzese ed abbraccia le armi, in una campagna che lo porterà a sfidare il re d'Inghilterra e a riunire il popolo scozzese per reclamare la tanto sospirata libertà. Tradito dal cavaliere scozzese John de Menteith, muore a Londra per mano del boia prima impiccato e quindi squartato. La sua testa venne infilzata su un palo e posta sul London Bridge. Il governo inglese espone le sue membra in maniera raccapricciante a Newcastle, Berwick, Edimburgo e Perth. Ma, guidati da Robert Bruce, “nell’anno del Signore “1314, patrioti scozzesi affamati e soverchiati nel numero sfidarono il campo di Bannock Burn. Si batterono come poeti guerrieri. Si batterono come Scozzesi. E si guadagnarono la libertà.” L’immagine che ci è stata tramandata è totalmente rispecchiata nel capolavoro cinematografico di Mel Gibson: Braveheart, la cui bellezza e potenza, nonostante 5 Oscar vinti ed altri meritati riconoscimenti, va oltre l'ottima fattura tecnica. L' intensa interpretazione dei protagonisti, il ritmo della narrazione incalzante e travolgente assorbono completamente lo spettatore coinvolgnendolo in un tripudio multisensoriale che fa innamorare chiunque affronti la visione di questi intensi 171 minuti di poesia. Gibson ci presenta un' uomo che, vistosi togliere tutto, non si ferma al mero sentimento di vendetta, aspirando a qualcosa di più grande: la libertà per tutto il suo popolo. Dietro l' eroe liberatore, la figura leggendaria che si fa carico dei suoi connazionali e li indirizza verso l' indipendenza, si cela un uomo determinato che cerca solo di vivere in pace; un uomo il cui vero desiderio è trovare un angolo di terra dove dedicarsi alla sua famiglia. E' questo che spinge William Wallace ad affrontare il re d' Inghilterra; è per questo che la sua missione diventa liberare la sua amata Scozia. I detrattori potrebbero appellarsi ai numerosi errori storci presenti nella trama, ma nonostante questo il film risulta coinvolgente; i personaggi sono vividi e non solo per le strepitose interpretazioni degli attori; le location sono mozzafiato e la colonna sonora indimenticabile. Forse è proprio grazie a Braveheart che abbiamo potuto godere di film come il Gladiatore ed il Signore degli Anelli. Grazie Mel!

I martiri della Piana dei Merli – Kosovo, 1389
La Battaglia di Cossovo venne combattuta il 15 giugno 1389, il giorno di San Vito, dall'esercito serbo contro l'esercito ottomano, nella "Piana dei Merli", odierna Kosovo Polje, a nord di Pristina, capitale del Cossovo. L'esercito cristiano era composto da una coalizione tra la Serbia e il Regno di Bosnia, comandato dal serbo Lazar Hrebeljanovic, e contava circa 25.000 uomini ben armati, suddivisi in tre armate. L'esercito ottomano era guidato dal sultano Murad I e contava circa 50.000 uomini. La battaglia iniziò con l'avanzata della cavalleria serba, che distrusse completamente l'ala sinistra ottomana. Ma gli Ottomani furono infine raggiunti da cospicui rinforzi e poterono così sconfiggere i Serbi, stanchi e inferiori numericamente. Pressoché tutta la nobiltà serba si fece uccidere sul posto insieme al comandante Lazar, ma i serbi riuscirono nell’intento di fermare l’avanzata turca. Dopo la morte di Murad, il figlio Bayezid I continuò l'espansione ottomana verso i Balcani e l'Europa sud-orientale. Tuttavia il Regno di Serbia riuscì a sopravvivere per un altro secolo prima di cadere definitivamente sotto il dominio turco. Entrambi gli eserciti ebbero delle gravi perdite, ma per la Serbia l'esito fu catastrofico: vennero infatti uccisi più di 150 cavalieri serbi e il Paese vide sparire gran parte della sua élite politica e militare. Il nuovo sultano Bayezid I prese come moglie la figlia di Lazar, la principessa Olivera Despina. I Serbi vennero costretti a pagare tributi ai Turchi ed a compiere servizi militari presso l'esercito ottomano. Nel 1459, dopo la battaglia di Angora e l'assedio di Semendria, gli ottomani annetterono il resto del Regno di Serbia. La fine dell'indipendenza serba fu l'evento che diede la possibilità all'esercito ottomano di arrivare fino alle porte di Vienna. La battaglia della Piana dei Merli è considerata dai Serbi uno degli eventi più importanti della loro storia, fonte di gran parte del loro sentimento nazionale. La battaglia e la sorte dei cavalieri cristiani divennero il soggetto di molta poesia epica medievale serba, parte della quale composta presso la corte della vedova di Lazar, Milica. Il principe Lazar venne canonizzato dalla Chiesa ortodossa serba. Fu Murad a proclamare la Jihad contro gli Europei e a stabilire le regole dell’ingaggio: conquista, carneficina, razzia; dopo di ciò ai superstiti veniva offerta l’alternativa della conversione alla vera fede o la possibilità di continuare a vivere – da cristiani – una esistenza sottomessa. Murad fu anche l’ideatore del corpo dei “Giannizzeri”: la fanteria d’élite dell’impero ottomano che era frutto di rastrellamenti delle popolazioni europee. Gli adolescenti più vigorosi venivano strappati alle famiglie, quindi educati alla fede. Questi europei persuasi della superiorità dell’Islam divenivano così i più feroci distruttori della loro civiltà d’origine. La fantasia guerriera dei sultani vagheggiava anche la conquista di Roma. Non era solo un appetito politico, ma anche un impulso religioso legato all’adempimento della profezia della islamizzazione dell’Urbe. Per questo motivo Roma era perennemente evocata nel grido di guerra delle truppe turche: “Làilahà, Allah! Roma! Roma!”, e aggiungevano una bislacca teoria in base alla quale i Turchi erano discendenti dei “Teucri”, i Troiani, e pertanto “eredi” legittimi della civiltà romana-occidentale. Ma la storia, anche grazie al sacrificio della Piana dei Merli, andò in altro modo. Purtoppo oggi, dopo 600 anni, i musulmani sono ritornati ad affliggere il Kosovo, distruggendo le chiese e seviziando i cristiani.

Gli ultimi Highlanders di Culloden – 1746
La battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746 presso Inverness nelle Highlands scozzesi, vide i sostenitori di Carlo Edoardo Stuart, detto “Bonnie Prince Charlie”, definitivamente sconfitti dagli Inglesi comandati dal Duca di Cumberland, che per l'efferatezza della repressione portata avanti nei confronti dei giacobiti fu soprannominato “Billy il Macellaio”. Quella di Culloden fu l'ultima battaglia campale combattuta in Gran Bretagna, e nonostante si fosse in piena età moderna gli scozzesi utilizzarono sul campo concetti e strategie risalenti al Medioevo, inefficaci e superati; lo scontro si concluse con la loro disastrosa sconfitta. In appena un'ora il Duca di Cumberland aveva ottenuto una vittoria schiacciante. Circa 1.250 giacobiti giacevano morti sul campo di battaglia, altrettanti erano rimasti feriti in modo più o meno grave ed erano stati presi 558 prigionieri. L'esito disastroso della battaglia pose definitivamente fine sogno scozzese di rendersi nuovamente indipendenti dall'Inghilterra. “Billy the Butcher”, ordinò lo sterminio totale dei feriti; solo alcuni prigionieri d'alto rango vennero portati a Inverness per essere processati e giustiziati. In totale, dopo la battaglia di Culloden, furono presi prigionieri 3.470 giacobiti ed altri sostenitori, dei quali 120 vennero condannati a morte ed 88 perirono nelle carceri; 936 furono deportati nelle colonie e 222 vennero mandati in esilio. Mentre molti in seguito furono rilasciati, la sorte di quasi 700 persone è rimasta ancora sconosciuta. La repressione delle truppe governative proseguì nei mesi successivi. Gli inglesi, inoltre, presero diversi provvedimenti per sottomettere definitivamente la Scozia, annientandone costumi, tradizioni e radici culturali: agli scozzesi fu proibito di indossare il kilt, di suonare la cornamusa, di usare il gaelico e recitare le antiche opere letterarie scozzesi. A questo “Atto di Proscrizione” si aggiunsero le nuove provvisioni ecclesiastiche mirate a bandire la principale confessione religiosa degli scozzesi, la Cattolica.

I Ribelli di Vandea – 1793
I conflitti civili che rappresentano l’epopea vendeana scoppiarono al tempo della Rivoluzione francese, e videro la popolazione della Vandea e di territori vicini insorgere contro il governo rivoluzionario. L'insurrezione ebbe inizio nel marzo 1793, in seguito alla leva obbligatoria per 300.000 uomini da inviare al fronte e proseguì per i successivi tre anni. Il periodo più acuto degli scontri, in cui spesso gli insorti ebbero ragione delle truppe repubblicane, terminò con la vittoria di queste ultime nella battaglia di Savenay. La successiva repressione, ad opera delle truppe repubblicane regolari e da reparti di volontari, fu particolarmente feroce e costituisce, a giudizio di alcuni storici, il primo genocidio della storia contemporanea La Rivoluzione Francese aveva trovato terreno fertile a Parigi, sull’avida borghesia cittadina e un’aristocrazia corrotta e smidollata. Nelle campagne, invece, la nobiltà era vicina agli abitanti del territorio e amministrava con cura un’economia ancora prevalentemente agricola: il sistema feudale nelle campagne era sostanzialmente integro. Per questo gli abitanti delle campagne, anche quelli che appartenevano ai ceti sociali più umili, erano molto diffidenti verso le novità che venivano dalla capitale. La regione della Vandea, in particolare, manifestò segni di forte malcontento che sfociarono in rivolte armate quando il governo repubblicano ordinò la deportazione del clero che rifiutava di prestare giuramento alla Repubblica. Molti sacerdoti, infatti, preferirono andare incontro a un glorioso martirio piuttosto che accettare le logiche demoniache del potere repubblicano. Poi, quando la Repubblica, ormai sotto il ferreo controllo di Robespierre, comincia ad arruolare i contadini per le sue guerre “patriottiche”, la rivolta diventa endemica: ovunque vengono distrutti gli “alberi della libertà”, simbolo odioso del terrore rivoluzionario. Messi di fronte all’eventualità di rischiare la vita, gli abitanti della Vandea non hanno dubbi: meglio morire per Dio e per il Re che per la Repubblica. Così comincia la guerra civile fra i “Bianchi”, legittimisti monarchici, e i “Blu”, repubblicani. Emblema della rivolta vandeana è il Sacro Cuore di Gesù, molto diffuso nella regione, che dopo le grandiose gesta della Resistenza controrivoluzionaria, divenne celebre anche come “Croce della Vandea” e dipinta su stoffa per essere appuntata al vestito, ma a volte anche incisa sulle armi, oppure portata sotto forma di orecchino o di anello. I ribelli legittimisti ottenero dei brillanti successi, guidati da comandanti abili ed esperti fra i quali Henri de La Rochejaquelein. Tuttavia i contadini vandeani sono combattenti non professionisti, e dopo le battaglie tornano alle rispettive abitazioni, per cui i repubblicani hanno il tempo di organizzarsi e inviare 70.000 uomini, “le colonne infernali”, che si abbandonano ai peggiori eccessi contro la popolazione civile: in alcuni villaggi tutti gli abitanti vengono sistematicamente sterminati, e i loro cadaveri vengono bruciati in appositi forni crematori. La fantasia sadica dei repubblicani arriva ad inventare una singolare modalità di esecuzione dei prigionieri: i condannati, legati fra di loro, sono stipati su battelli che vengono fatti affondare nella Loira! Si calcola che le vittime arrivino al numero di 300.000, circa un terzo della popolazione della zona (se si considera la densità di popolazione dell’epoca, si tratta di una cifra impressionante). Naturalmente il genocidio della Vandea è una delle più imbarazzanti questioni storiografiche per la paludata e sclerotizzata cultura ufficiale. In Europa studi approfonditi dal taglio revisionista ha inquietato la cultura “conformista”, e le recenti pubblicazioni suscitano notevole interesse da parte del pubblico. Le gesta eroiche della Resistenza vandeana non cadranno nell’oblio, e saranno sempre un fulgido esempio di libertà che deve stimolarci a combattere la violenza rivoluzionaria, che oggi ha assunto il volto mostruoso della globalizzazione

Le donne e i bambini di Wounded Knee – 1890
Alla fine dell ‘800, scomparso il bisonte, tutti i Pellerossa furono alla fine relegati nelle riserve. Alcuni di loro, per sopravvivere, erano costretti ad allontanarsi dai confini in cerca di cibo. Nell’inverno del 1890, il 29 Dicembre, quattro giorni dopo natale, sul torrente Wounded Knee, il 7º Cavalleria trucidò nella neve e nel ghiaccio un'intera banda di disperati Mineconjou, genti Dakota Sioux, donne e bambini compresi, ponendo così fine alla resistenza degli indiani o meglio suggellando con un orribile massacro tre secoli di ingiustizie, soprusi e tradimenti da parte degli Stati Uniti d'America. Erano partiti qualche giorno prima, alla notizia dell'assassinio di Toro Seduto, guidati da Piede Grosso, per recarsi a Pine Ridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa. Intercettati da chi aveva l'ordine di condurli in un accampamento di cavalleria, 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono invece portati sulla riva del torrente, accampati, circondati e, sotto tiro di due mitragliatrici Hotchkiss, sterminati. Dei 350 Miniconjou presenti, ne morirono quasi 300. A Wounded Knee, sul cartello verde dove si può leggere la storia del Massacro, è riportata la scritta: Massacre of Wounded Knee. La scritta Massacre venne aggiunta sopra la vecchia scritta Battle in quanto inizialmente venne dato il nome di Battaglia di Wounded Knee e, spesso, viene tuttora riportata e ricordata come ultimo scontro armato tra nativi e Governo.

Il soldato italiano a El Alamein – 1942
“Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore ...”
Queste parole pronunciate dal generale Bernard Montgomery, e riportate alla Camera dei Comuni di Londra da Winston Churchill, resero onore all’eroico sacrificio dei soldati italiani a El Alamein. E la BBC “la Divisione Folgore ha resistito al di là di ogni possibile speranza ….. gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti esanimi nel deserto. La Folgore è caduta con le armi in pugno”: l’onore delle armi del nemico, la testimonianza più autentica, l’unica che, in fondo, valga davvero qualcosa. Ma non molti conoscono però cosa accadde più di 60 anni fa ad El Alamein, un piccolo paese egiziano in pieno deserto, nel corso della “madre di tutte le battaglie“. La storia recente è stata infatti fino a poco tempo fa ideologicamente e politicamente “interpretata”, nascondendo pagine importanti ed eroiche del Popolo Italiano. Il rapporto tra presente e passato è fondamentale quale premessa per un futuro migliore: solo con lo studio corretto della storia possiamo mirare ad una vera evoluzione della società. Nella battaglia di El Alamein del 1942, volutamente dimenticata, le forze dell'Asse si contrapposero ai Britannici in sanguinosi scontri che videro complessivamente la morte di 17.000 italiani. Le nostre forze erano rappresentate dalle divisioni Trieste, Littorio, Trento, Bologna, Ariete, Brescia, Folgore, Pavia, e dal 31° Guastatori, un’ottantina di pezzi d’artiglieria, 5 carri, nessun veicolo proprio, penuria assoluta di munizioni ed equipaggiamenti, viveri in quantità e qualità talmente misere da causare serie malattie debilitanti a più del 30% della forza effettiva. L’Ottava Armata inglese aveva schierato nel settore, la 7a Divisione corazzata, i Desert Rats, “i Topi del deserto”, un’unità di veterani di molte battaglie africane, e tre divisioni di fanteria. Un totale di circa 50.000 uomini, con 400 pezzi di artiglieria, 350 carri e 250 blindati. Le scorte di munizioni, viveri ed equipaggiamenti erano praticamente illimitate. In sintesi i rapporti di forza erano di 1 a 3 per gli uomini, 1 a 5 per le artiglierie, 1 a 70 per i carri. Tuttavia le divisioni sopra citate combatterono fino all'ultimo anelito, distinguendosi per tenacia ed attaccamento indissolubile alla Patria, e i paracadutisti della Folgore, l’ultimo baluardo superato il quale il nemico sarebbe dilagato alle spalle dell’Armata italo-tedesca, si apprestarono alla difesa, lungo un fronte di 15 chilometri, decisi a vendere cara la pelle. La battaglia fu aspra e cruenta; contro un avversario superiore per numero di soldati , artiglieria, carri e munizioni. Nel corso dei decenni, con il venir meno di pregiudiziali ideologiche e di interpretazioni storiche riduttive, la battaglia di El Alamein, per lungo tempo ufficialmente “dimenticata“, ha guadagnato lo spazio che le compete nell’attenzione degli storici e nel rispetto delle autorità nazionali. La battaglia di El Alamein rimane uno degli esempi più significativi di coraggio e abnegazione nella storia delle nostre truppe. A oltre sessant’anni di distanza, El Alamein e il valore del soldato italiano testimoniato dagli stessi avversari di allora, diventa simbolo della ritrovata unità del popolo italiano attorno a valori forti, riconosciuti e condivisi, un’occasione per ricostruire una memoria nazionale da confrontare con quella di tutti i popoli protagonisti di quelle pagine di storia.

I Leoni della Charlemagne – Berlino, 1945
La 33° Divisone Granatieri Charlemagne è il nome collettivo usato per le unità di volontari francesi della Wehrmacht impegnate, alla fine della Seconda guerra mondiale, nella strenue difesa di Berlino. Dal 16 Aprile al 2 maggio 1945, 200-300 uomini, aggregati ai resti delle divisioni Wallonien, Viking e Nordland, oltre ai rimasugli di varie unità, tra cui la celebre "Legione di San Giorgio", formata dai prigionieri di guerra inglesi cui erano state date le armi, combatterono con le unghie e con i denti a un centinaio di metri dal bunker. Il 1º maggio (penultimo giorno di assedio), poco più di 800 uomini malridotti, senza mortai né mitragliatrici, con appena cinque Panzer, seguendo i propri comandanti, visto l’incendio del bunker, si spostarono per la difesa del Reichstag, ma nel pomeriggio di quello stesso giorno cadde anche il secondo piano del Reichstag e due sergenti russi, Egorov e Kantarjia, poterono arrampicarsi sul tetto e issarvi la bandiera con la falce e il martello. L'impresa fu immortalata da una troupe di reporter e divenne in poco tempo una delle più celebri immagini dell'intero conflitto. Per la divisione Charlemagne, ormai ridotta approssimativamente ad una trentina di uomini, la guerra poteva dirsi finita. Esaurite le munizioni, gli uomini cercheranno, a piccoli gruppi, di attraversare le linee russe spingendosi quanto più possibile verso ovest per arrendersi agli inglesi o agli americani. E alcune di loro ci riusciranno, camminando per ore e ore nei condotti fognari e nelle gallerie della metropolitana, al buio e senz'acqua. Altri, catturati dai russi, saranno invece fucilati sul posto. “I leoni morti” di Saint Paulien e “Militia” di Leon Degrelle immortalano gli eventi di quei giorni visti da chi non ha disertato battendosi fino in fondo, difendendo un pezzo di terra o, contro ogni logica, un brandello di idea, sapendo bene che tutto era perduto.